Cosimo Scarpello

Biografia

Non ho cominciato dal cinema. E nemmeno dalla narrativa.
La mia formazione ha radici profondamente umanistiche. Gli anni del liceo classico mi hanno avvicinato alla letteratura, alla storia e al pensiero antico e hanno contribuito a formare quello sguardo sull’uomo, sulle sue scelte e sulle sue contraddizioni che, molti anni dopo, avrei portato nella scrittura e nel cinema. È in quegli anni che ho imparato ad amare le storie e, soprattutto, ciò che si nasconde dietro di esse: le ragioni profonde che orientano i comportamenti e talvolta ne determinano il destino. La lettura dei classici e lo studio della storia mi hanno insegnato che epoche e contesti possono cambiare, mentre certe domande sull’essere umano rimangono sorprendentemente simili. Quella curiosità per la sua complessità avrebbe continuato ad accompagnarmi anche nelle esperienze successive.
Ho scelto poi gli studi giuridici, entrando in un mondo fatto di regole, responsabilità e verità da ricostruire. Mi sono laureato in Giurisprudenza all’Università di Bologna nel 1995 e, negli anni successivi, ho fatto parte del comitato scientifico dell’Accademia degli Studi Giuridici di Bologna, dove ho insegnato Diritto penale nei corsi di formazione destinati agli aspiranti magistrati. È stata un’esperienza particolarmente significativa: trovarmi dall’altra parte della cattedra significava affrontare la materia con una responsabilità nuova, trasmettendone non soltanto i principi, ma anche il metodo di analisi e di interpretazione. Preparare e tenere quelle lezioni mi imponeva di andare oltre la conoscenza teorica, di misurarmi con la giurisprudenza e con i casi concreti e di rendere chiari problemi giuridici spesso complessi a chi si preparava ad affrontare una delle selezioni più impegnative nell’ambito delle professioni giuridiche. Quel confronto ha rappresentato una tappa importante del mio percorso e ha consolidato un metodo fondato sul rigore dell’analisi, sull’argomentazione e sulla necessità di non fermarsi mai alla prima lettura dei fatti.

Per molto tempo ho pensato che il diritto sarebbe stato semplicemente la mia professione. Oggi credo sia stato anche una scuola di narrazione. Perché dietro ogni procedimento, ogni conflitto, ogni decisione apparentemente razionale c’è sempre una vicenda umana. E quasi sempre esiste qualcosa che non appare subito: una paura, un desiderio, una fragilità, qualche volta un segreto.
I miei primi libri, infatti, non sono stati romanzi. Nel 1998 ho scritto nove capitoli dell’opera collettiva Diritto penale, giurisprudenza e casi pratici, curata da Ugo Di Benedetto per Maggioli Editore. Nel 1999 ho pubblicato un commento a una sentenza della Corte di Cassazione sulla responsabilità penale nell’attività medico-chirurgica e, nel 2002, il saggio giuridico L’archiviazione, edito da Cedam. Nel 2000 mi sono abilitato alla professione di avvocato, attività che ho svolto fino al 2015.
Tra il 2006 e il 2016 ho vissuto anche un’altra esperienza importante: la politica. Sono stato consigliere comunale a San Pancrazio Salentino e, dal 2006 al 2011, vicesindaco e assessore alla Cultura e agli Affari legali. Dieci anni trascorsi dentro la vita pubblica, tra amministrazione, confronto politico e responsabilità istituzionali, durante i quali ho potuto conoscere dall’interno la distanza che talvolta separa i principi dalla loro concreta applicazione. Ho imparato quanto sia difficile trasformare un’idea in una decisione e quanto l’azione pubblica debba misurarsi con interessi, aspettative, mediazioni ed effetti non sempre prevedibili.
Anche la politica, osservata da vicino, mi ha fornito parecchio materiale umano. Forse persino troppo.

Parallelamente al percorso professionale, la scrittura ha cominciato a conquistare uno spazio sempre più importante, allontanandosi progressivamente dal linguaggio giuridico per rivolgersi alla società e ai suoi cambiamenti. Nel 2012 ho pubblicato (Im)passeport: gli strafalcioni della politica o la politica degli strafalcioni?, un saggio di satira politica che, partendo dagli errori linguistici e dalle dichiarazioni più singolari dei protagonisti della vita pubblica, racconta con ironia alcuni meccanismi della comunicazione politica e del rapporto tra linguaggio e potere. Nel 2013 è arrivato Stressbook, nato da un fenomeno allora ancora relativamente nuovo: l’ingresso sempre più pervasivo dei social network nella quotidianità. Attraverso i loro paradossi, il libro riflette sui mutamenti nel modo di comunicare, di costruire le relazioni e di rappresentare se stessi agli altri. Nel 2015 ho pubblicato Perduti, nel quale l’attenzione si è allargata alle trasformazioni sociali e culturali di quegli anni, alle disillusioni e alle difficoltà di orientarsi in una società attraversata da una profonda crisi di riferimenti.
Poi qualcosa è cambiato. A un certo punto osservare la realtà non mi è bastato più. Ho sentito il bisogno di inventarla. Nel 2017 ho pubblicato il mio primo romanzo, La figlia mai avuta, un thriller psicologico in cui vendetta, identità e rifiuto si intrecciano fino alle estreme conseguenze. Nel 2019 è seguito Le ragioni di una coscienza, un romanzo di formazione sul fallimento e sulla possibilità del riscatto. La narrativa mi ha permesso di spingermi oltre il dato reale, costruendo personaggi e situazioni attraverso i quali indagare le decisioni individuali, i conflitti interiori e quella parte di noi che raramente coincide del tutto con ciò che lasciamo vedere agli altri.
Scrivendo narrativa mi sono accorto però che alcune storie non riuscivo più soltanto a immaginarle sulla pagina. Le vedevo accadere. Vedevo i volti, i luoghi, sentivo i silenzi. Immaginavo quello che un personaggio avrebbe potuto esprimere senza parlare. Poco alla volta ho cominciato a pensare non soltanto attraverso le parole, ma attraverso le immagini, i gesti, gli spazi e il tempo di una scena. Mi affascinava soprattutto la possibilità di affidare una parte del racconto a ciò che non aveva bisogno di essere spiegato. Il passaggio al cinema, a quel punto, non è stato una rottura. È stato quasi una conseguenza.

Tra il 2020 e il 2021 mi sono formato artisticamente presso l’Accademia Mediterranea del Cinema di Bari. Proprio nel 2021 ho scritto le sceneggiature di quattro cortometraggi prodotti da Amarcord: Diventeremo farfalle, Come tutti gli altri, Nel posto giusto e Piacere, Zza Zza.
Nel 2022 ho scritto e co-diretto Bloodymary e, successivamente, ho scritto e diretto Il nostro lavoro, dedicato al dramma vissuto da medici e operatori sanitari durante la pandemia.
La narrativa, intanto, non mi ha lasciato. Nel 2023 ho pubblicato L’ombra del senatore, un legal thriller nel quale sono tornati a incontrarsi due mondi che conoscevo bene. Nello stesso anno ho scritto e diretto Un pezzo di carta, dedicato all’inclusione scolastica.
Nel 2024 sono arrivati Una medaglia per Isa, in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri, e Amo il tuo senno, sulla prevenzione del tumore al seno. Nel 2025 ho realizzato Le regine del corridoio, dedicato al bullismo. Nel 2026 è seguito Fiuto, prodotto dall’I.I.S.S. “Epifanio Ferdinando” in collaborazione con la Guardia di Finanza e dedicato alla prevenzione e al contrasto della diffusione delle sostanze stupefacenti tra i giovani e nell’ambiente scolastico.
Poi sono tornato a una storia dalla quale, forse, non mi ero mai davvero allontanato. La figlia mai avuta.
Da quel romanzo è nato Diversa, il mio primo lungometraggio da regista, che ho scritto, diretto e prodotto. Portare quella storia dalla pagina allo schermo non ha significato semplicemente adattare un libro. Ha significato tornarci dopo anni, guardarla da un’altra distanza e affidarla ai corpi, alle voci e alla presenza concreta dei personaggi.
Diversa attraversa alcuni dei temi che più profondamente mi interrogano: l’identità, il pregiudizio, il rapporto tra ciò che siamo e ciò che gli altri sono disposti a vedere, la violenza nascosta dietro la normalità, il desiderio profondo di essere riconosciuti per ciò che si è.
Realizzare un lungometraggio ha significato anche misurarmi, per la prima volta, con la responsabilità di accompagnare un’opera in ogni fase della sua realizzazione. Dalla sceneggiatura alla regia, dalla costruzione dei personaggi alle scelte sul set, fino alla produzione, ogni passaggio ha trasformato progressivamente un’idea in qualcosa di concreto e condiviso. Un film, a differenza di un libro, nasce necessariamente dall’incontro tra sensibilità, competenze e talenti diversi. Vedere ciò che per anni era esistito soltanto nella mia immaginazione prendere forma attraverso gli attori e il contributo di tutti coloro che hanno partecipato alla sua realizzazione è stata forse la scoperta più importante di questo percorso.
Arrivando fin qui mi sono reso conto che ciò che poteva apparire come una successione di svolte, cambiamenti e attività molto diverse possedeva, in realtà, una continuità più forte di quanto avessi immaginato.

Guardando indietro potrei dividere la mia vita in capitoli separati. Ma sarebbe una divisione artificiale. Perché non credo di avere davvero abbandonato un mondo per entrare nel successivo. Ogni esperienza mi ha lasciato qualcosa che ho portato con me altrove. Il diritto mi ha insegnato a cercare le ragioni dietro i comportamenti. La politica mi ha mostrato da vicino le contraddizioni delle persone. La narrativa mi ha dato la libertà di trasformarle in storie. Il cinema mi ha insegnato che un volto o un silenzio possono raccontare ciò per cui le parole non bastano.
Sono linguaggi e stagioni differenti, ma in ciascuno di essi ho cercato, in fondo, qualcosa di simile: capire che cosa accade quando le persone si trovano davanti a decisioni capaci di cambiare il corso della loro vita. È probabilmente per questo che, anche quando cambiano le storie, continuo a essere attratto dalle zone meno prevedibili dei miei personaggi, da ciò che sfugge alle definizioni immediate e dalle domande che non consentono risposte troppo semplici. Forse è questo il filo che tiene insieme tutto. Non mi interessano molto le persone quando sono facili da spiegare. Mi interessano quando diventano contraddittorie, quando qualcosa le costringe a confrontarsi con ciò che sono davvero, quando quello che mostrano agli altri comincia a non coincidere più con quello che portano dentro. È allora che un personaggio, per me, comincia davvero a esistere. Quando le certezze vacillano e ciò che sembrava possibile nascondere finisce per emergere. Non cerco necessariamente una risposta, e ancora meno una morale. Mi interessa arrivare fino a quel punto e restarci abbastanza a lungo da lasciare che siano i personaggi, attraverso ciò che fanno e ciò che non riescono più a nascondere, a mostrarci qualcosa che forse riguarda anche noi.
È lì che, quasi sempre, cominciano le storie che voglio raccontare.